lunedì 3 maggio 2010

331: Man Ray e Robert Mapplethorpe

Mentre si fa sempre più imperante l’abitudine di ammannire mostre in cui il confronto-scontro fra artisti di fama non serve se non a nascondere la mancanza di ciò che dovrebbe fondare l’ossatura di ogni esposizione – ogni riferimento a idee forti e uno studio di fondo è puramente voluto -, la Fondazione Marconi manda in scena una piccola rappresentazione in cui gli attori si stringono davvero la mano, instaurando un rapporto evidente e proficuo.

E non è solo un puro piacere onomaturgico a dettare la definizione di “poesia musicale del confronto” per la serie di scatti affrontati di Man Ray (Philadelphia, 1890 - Parigi, 1976) e Robert Mapplethorpe (New York, 1946 - Boston, 1989), due artisti che hanno dato un contributo fondamentale alla definizione di fotografia d’arte del XX secolo. Perché se il ripetersi dello stesso formato e dello stesso colore nella scelta delle cornici offre il senso di una modulazione musicale, il ritmo di un adagio sullo spartito bianchissimo delle pareti, è pura poesia della forma a sortire dalle composizioni delle fotografie esposte, con confronti mirati che segnano il senso di un avvenuto passaggio di testimone, l’affinità di una ricerca estetica e di una certa visione della vita in momenti completamente diversi della storia.

Per Man Ray, Dada e surrealista, la fotografia non è che uno degli strumenti con cui esprimere la tensione all’equilibrio tra forme, linee e colore, tra modernità e classicità che informa tutta la sua poliedrica produzione artistica. Nelle fotografie è il corpo umano a farla da padrone, in un misurato rapporto formale, esaltato dal contrasto del bianco e nero, che trattiene sempre una carica erotica sottile e intelligente, mai banalmente provocatoria.

E il corpo umano è quasi un’ossessione per Mapplethorpe, famoso proprio per l’erotismo esplicito delle sue fotografie, spesso superficialmente liquidato come al limite della pornografia.

Guardando ora affrontarsi i corpi fotograti dai due artisti, è immediato il riconoscimento di una diversità sostanziale nell’idea di bellezza, di femminilità, erotismo maschile e omoerotico di due società separate da un cinquantennio di vorticose rivoluzioni di costume. Kiki (1920) di Man Ray, pur nell’espressione strafottente e sfigurata della “reine de Montparnasse”, si offre nelle sue forme abbondanti e rilassate, come in un quadro di Renoir. L’idea di classicità è la stessa filtrata anche nei dipinti di Manet, che riproponeva nella Parigi di fine Ottocento i concerti campestri della pittura veneta rinascimentale.

La classicità dei ritratti degli anni ‘80 di Lisa Lyon, l’atletica musa di Mapplethorpe, è tutta votata invece a una riscoperta di Michelangelo, nei decenni in cui impazza la moda del culturismo e delle diete, e i fisici esibiti sulle spiagge della California devono passare parecchie ore in palestra.

Poi è proprio la cronologia a offrire le sorprese maggiori. E se Patty Smith (1986) di Mapplethorpe sembra una Maddalena di Tiziano, è sconcertante la modernità di Juliet (1948) di Man Ray, pronta ad abitare la stanza bianca delle ultime scene di 2001: odissea nello spazio.

dal 23 marzo al 22 maggio 2010
Man Ray / Mapplethorpe
Fondazione Giorgio Marconi
Via Tadino, 15 (zona Porta Venezia) - 20124 Milano
Orario: da martedì a sabato ore 10.30-12.30 e 15.30-19
Ingresso libero
Info: tel. +39 0229419232; fax +39 0229417278
info@fondazionemarconi.org
www.fondazionemarconi.org

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