343: Lezioni di Fotografia di Luigi Ghirri
"Tutti i marchingegni per ridurre e fissare la visione non potevano sorgere che in una civiltà urbana... Nella civiltà contadina nessuno sentiva il bisogno di creare un mondo alla rovescia, perché in campagna tutti lo vedevano dovunque... Lo vedevano nei fossi, nei pozzi, negli stagni, nelle ombre”.
Una intera e straordinaria poetica in poche frasi. Sono fra quelle che Gianni Celati cita nella sua postfazione alle Lezioni di fotografia di Luigi Ghirri. Dentro c’è tutto: l’origine campagnola (e l’attenzione per ambiente e paesaggio), la prossimità con le piccole cose, la riflessione teorica, lo sguardo incantato così differente da quello volitivo e fugace dell’urbanità, l’insofferenza nei confronti delle duplicazioni della realtà, l’interesse per il frammento eloquente e apparentemente anodino, l’avversione per i presunti scatti "straordinari” e di converso la convinzione che è la serie, l’inevitabile richiamo fra le immagini, la maggior risorsa della fotografia.
Un’altra citazione: "Pensare per immagini”. È così che si chiude il primo libro di Ghirri, Kodachrome, del 1978. E l’accento è posto sul verbo più che sul sostantivo. Disorientante se detto da un fotografo? Non se quel fotografo è Ghirri. E così non ci si stupirà se l’ultima lezione pubblicato in questo libro, datata 4 giugno 1990, è intitolata Immagini per musica. E si parla del lavoro foto-grafico realizzato per e con i Cccp per l’album dello stesso anno Epica Etica Etnica Pathos, di tanti altri lavori nati a stretto contatto con musicisti e case discografiche, della sua sterminata collezione di vinili. E soprattutto si leggono riflessioni su grafica e prodotto che, intelligenti di per sé, sono pure utili per illuminare di riflesso le convinzioni di Ghirri sulla fotografia, quelle stesse che abbiamo ricordato in apertura.
Una intera e straordinaria poetica in poche frasi. Sono fra quelle che Gianni Celati cita nella sua postfazione alle Lezioni di fotografia di Luigi Ghirri. Dentro c’è tutto: l’origine campagnola (e l’attenzione per ambiente e paesaggio), la prossimità con le piccole cose, la riflessione teorica, lo sguardo incantato così differente da quello volitivo e fugace dell’urbanità, l’insofferenza nei confronti delle duplicazioni della realtà, l’interesse per il frammento eloquente e apparentemente anodino, l’avversione per i presunti scatti "straordinari” e di converso la convinzione che è la serie, l’inevitabile richiamo fra le immagini, la maggior risorsa della fotografia.
Un’altra citazione: "Pensare per immagini”. È così che si chiude il primo libro di Ghirri, Kodachrome, del 1978. E l’accento è posto sul verbo più che sul sostantivo. Disorientante se detto da un fotografo? Non se quel fotografo è Ghirri. E così non ci si stupirà se l’ultima lezione pubblicato in questo libro, datata 4 giugno 1990, è intitolata Immagini per musica. E si parla del lavoro foto-grafico realizzato per e con i Cccp per l’album dello stesso anno Epica Etica Etnica Pathos, di tanti altri lavori nati a stretto contatto con musicisti e case discografiche, della sua sterminata collezione di vinili. E soprattutto si leggono riflessioni su grafica e prodotto che, intelligenti di per sé, sono pure utili per illuminare di riflesso le convinzioni di Ghirri sulla fotografia, quelle stesse che abbiamo ricordato in apertura.

Ad esempio, il rifiuto del fotografo di realizzare banali ritratti dei cantanti: "È un meccanismo che deriva dalla cultura televisiva, per la quale si stabilisce un rapporto diretto con il personaggio del quale si vede la faccia, con quelle che appare, che si riconosce”. Una dichiarazione che evoca d’un tratto gli scatti "annebbiati” di Ghirri presi sulla via Emilia, o gli utensili di Morandi rimasti nel suo studio e protagonisti di uno splendido lavoro dello stesso Ghirri. E la rarità degli esseri umani nelle sue fotografie, e ancor più la loro qualità quando compaiono, magari per stemperare - insieme alle nuvole - la chiarezza abbagliante della Reggia di Versailles.
E forse non è perfettamente ghirriana la seguente affermazione, anche e soprattutto se debitamente volta al presunto specifico fotografico: "Il vero problema per un musicista non è più trovare suoni nuovi, ma trovare un suono vecchio che sia nuovo. Credo che tutte le possibilità di mettere insieme le note siano state sfruttate”.
Tutti questi temi e vari altri - da notare l’approccio alla tecnica, sempre preciso ma senza mai mollare la presa sulla "poetica” - sono come diluiti e galleggianti in due cicli di lezioni (pubblicati con qualche taglio grazie al sostegno della Biennale del Paesaggio di Reggio Emilia) che è assai piacevole leggere e alle quali fu senz’altro ancor più gratificante assistere. In particolare, ciò che inevitabilmente si perde nella lettura è il riferimento alle tante foto che Ghirri mostrava e usava come esempi: nel libro non tutte sono riprodotte, e pure nel caso in cui lo sono la qualità non è certo eccelsa. Ma il difetto può trasformarsi in pregio, se diviene stimolo a riprendere in mano i libri di Ghirri e a osservarli con rinnovata attenzione.
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