371: Diplopia
L’attentato al World Trade Center dell’11 settembre 2001 rappresenta l’evento storico in assoluto più fotografato. Eppure, a causa di un bizzarro paradosso, la quantità di immagini fatte circolare dai media statunitensi (e non solo) è davvero ridotta, se consideriamo che sulle prime pagine dei quotidiani sono state pubblicate fondamentalmente sei fotografie-tipo, che raffigurano:
1. l’esplosione;
2. la nuvola di fumo;
3. le rovine;
4. l’aereo che si schianta;
5. il panico;
6. la bandiera americana issata dai vigili del fuoco sulle macerie.
Perché proprio queste immagini, e che significato hanno all’interno della comunicazione mediatica?
Queste le domande di partenza di Clément Chéroux, che sviluppa uno studio relativamente conciso ma non per questo meno puntuale e argomentato. Dribblando il facile rischio di cadere nella retorica populista o nelle varie teorie del complotto, l’autore appronta una riflessione specificamente rivolta alle immagini, ai loro canali di diffusione e alla cosiddetta intericonicità: quella sorta di seconda pelle, o di doppio fondo, che hanno le immagini nel momento stesso in cui rimandano contemporaneamente al fatto rappresentato e a qualcos’altro, legato in ultima istanza alla memoria visiva collettiva.
Queste le domande di partenza di Clément Chéroux, che sviluppa uno studio relativamente conciso ma non per questo meno puntuale e argomentato. Dribblando il facile rischio di cadere nella retorica populista o nelle varie teorie del complotto, l’autore appronta una riflessione specificamente rivolta alle immagini, ai loro canali di diffusione e alla cosiddetta intericonicità: quella sorta di seconda pelle, o di doppio fondo, che hanno le immagini nel momento stesso in cui rimandano contemporaneamente al fatto rappresentato e a qualcos’altro, legato in ultima istanza alla memoria visiva collettiva.
Che c’entra la fotografia della nuvola di fumo con quella di Pearl Harbor del 1941? O quella dei vigili del fuoco che issano la bandiera a Ground Zero con quella scattata a Iwo Jima nel 1945? La risposta non è così semplice e immediata, perché tra queste immagini esiste un legame assolutamente stretto e determinante ai fini della comunicazione.
Affrontando, nella prima sezione, la questione legata alla scelta delle immagini da parte delle testate giornalistiche e, nella seconda, gli aspetti inerenti all’impatto di tali immagini sui lettori americani, Chéroux disegna un affresco estremamente interessante (nonché, per la sua attualità, urgente) del panorama mediatico contemporaneo; dimostrando come sempre più l’informazione faccia tutt’uno con l’industria dell’entertainment, e come la memoria collettiva sia stata definitivamente ingurgitata dalla "società dello spettacolo”.
La "diplopia”, sindrome a causa della quale la vista si sdoppia, si erge quindi a metafora di una situazione in cui qualunque immagine sembra duplicarsi, dischiudendo un substrato di significati e interconnessioni che, lungi dall’essere casuali o ingenui, rappresentano viceversa la chiave di volta per decifrare la realtà contemporanea. Da sintomo di un disturbo ottico, che dovrebbe compromettere la visione - e quindi la comprensione - del mondo, nel caso di Chéroux la diplopia si rivela quanto mai preziosa, dato che solo percependo questo implicito sdoppiamento, questo scollamento del significante, è possibile assumere le immagini che ci circondano con il dovuto spirito critico e l’adeguata consapevolezza.
Clément Chéroux - Diplopia. L’immagine fotografica nell’èra dei media globalizzati: saggio sull’11 settembre 2001
Einaudi, Torino 2010
Pagg. 134, € 19
ISBN 9788806205294
Einaudi, Torino 2010
Pagg. 134, € 19
ISBN 9788806205294
Info: la scheda dell'editore
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